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Il grande imbroglio
Lettera agli studenti che non studiano

di Rosalba Conserva

"Ogni anno scolastico si apre con il catalogo dei buoni propositi. Anche voi, destinatari di questa lettera, voi che appartenete al numero di quelli che per abitudine studiano poco o niente, vi sarete proposti per il nuovo anno, come fate ogni anno, di voltare pagina.
Dalla televisione vi sono giunti gli appelli autorevoli di chi rappresenta ai livelli più alti - il Presidente della Repubblica, il ministro dell'Istruzione - la società intera e il mondo della scuola. Frasi scontate, sempre le stesse - avrà detto qualcuno di voi -; un inutile rituale.
Anche io da giovane diffidavo dei discorsi di rito ad apertura dell'anno scolastico. I rituali, però, sono necessari: ricordano e rinsaldano i vincoli sociali, e in generale rafforzano l'idea che siamo meno esposti alle contingenze e al caso; che noi esseri umani, creature così tanto imprevedibili - volubili, non 'programmate' dalla nascita -, sappiamo governare la nostra esistenza. Come si riproduce il ciclo delle stagioni, il prato muore e rifiorisce, le maree crescono e decrescono e così via, analogamente noi diamo senso e forma al fluire del nostro tempo: il calendario delle feste religiose e laiche, il rito domestico del pranzo e della cena in ore definite, il Tg della sera, due volte a settimana la palestra, i compiti a casa dalle tre alle sette (questo 'rito' però non riguarda voi, vero? - a voi bastano pochi minuti e qualche volta nemmeno quelli).
Se ci fermiamo a riflettere non tanto sulle libertà che ci sono concesse ma sui vincoli che limitano le nostre (cosiddette) libertà, troveremo che il tempo scandito da rituali vecchi e nuovi è di gran lunga maggiore del tempo 'libero'. E senza questi vincoli - che segnano lo scandire del tempo - ci sentiremmo perduti. Anche il nomade, il girovago cerca (forse senza volerlo per davvero) un segnale che interrompa la sua giornata sregolata: sarà il sole che si leva e si abbassa, lo stimolo della fame o della sete che arriverà puntualmente e lo costringerà a fermarsi per cercare alimento.
Noi umani ce la mettiamo tutta per rendere prevedibili le nostre azioni. È per questo che i cuccioli di molti mammiferi, compresi i piccoli umani di homo sapiens, s'impegnano a trasgredire: senza la resistenza dei giovani ad assoggettarsi a norme che trovano, nascendo e via via crescendo, belle e pronte, il mondo resterebbe uguale, forse morirebbe la specie, si consumerebbe 'per troppo ordine'.
Dove ci vuole portare questo discorso? - dirà qualcuno - Perché la fai tanto lunga?
Veniamo allora al punto.
Discorsi di prammatica, dicevo, in occasione dell'inizio della scuola. Li avete sentiti già: raccomandazioni, testimonianze di fiducia in voi ("il Paese ha bisogno della vostro impegno", "noi contiamo sul vostro senso di responsabilità, sulla vostra intelligenza", eccetera eccetera). E in molti di voi, solitamente scettici, sarà nato l'orgoglio di essere in un certo giorno dell'anno protagonisti (persone, non 'oggetti') di questa Italia che negli altri 364 giorni, attraverso messaggi espliciti e non, sollecita e coltiva il vostro edonismo, prospettando il paradiso terreno e a portata di mano delle bevande energetiche, delle merendine non ingrassanti, delle canottiere seducenti, dei cellulari con videocamera… Alla vostra età dovreste soprattutto e semplicemente studiare, eppure vi trattano come persone che hanno tempo da perdere.
Insomma, a parte qualche raro solenne richiamo all'agire responsabile (uno 'spot' che si perde nel frastornamento mediatico), vivete tutto l'anno in un grande imbroglio. Capita, alle volte, che ve ne accorgiate. Ma quelli - i persuasori occulti, professionisti nella manipolazione dei messaggi e dei pensieri delle persone - hanno messo in conto anche il vostro risveglio dal torpore (o dall'affanno) entro cui si consuma il vostro tempo e la parte migliore di voi. E così vi catturano con l'ironia spiazzante - sono in questo più bravi di voi -; giocando d'anticipo, vi sottraggono il primato della trasgressione: non vi lasciano né il tempo né la facoltà di inventare la forma del vostro dissenso. C'è di sicuro, tra di voi, chi si adopera a tirarsi fuori dal grande imbroglio. Ma siccome anche questo è previsto, anche su questo i media programmeranno lo spettacolo: tutto - consenso e dissenso - viene macinato in un unico blob.
Io - insegnante di scuola da trent'anni e più - faccio parte di quella schiera di persone le quali credono - nonostante tutto - nel valore indiscutibile di una seria istruzione. In aggiunta a ciò, credo che nel mondo attuale per un ragazzo, per una ragazza lo studio sia un fatto rivoluzionario. Non dico il semplice andare a scuola. Andare a scuola ogni mattina - con l'eccezione, magari, di un ritardo qua e là o di una assenza strategica - lo avete messo in conto, quasi quasi vi fa piacere: a scuola ci si incontra, tanti amici senza nemmeno la fatica di andarli a cercare. E anche voi, come un tempo gli adulti di adesso, possedete la furbizia necessaria per sfuggire all'interrogazione, per studiare il meno possibile: a scuola si gioca come il gatto con il topo, una questione di vita o di morte. Di studio infatti si può morire. Di troppo studio. Come si può morire - metaforicamente - di troppa ignoranza.
Vi siete convinti, per facile deduzione dai messaggi allettanti di cui sopra, che "la giovinezza passa presto", che "certe cose si possono fare solo da giovani": cogli l'attimo. Frasi del genere le sento dire in giro come fossero il nuovo vangelo. E gli adulti (certi adulti) impegnati a non invecchiare sembrano confermare l'imperativo che restare giovani (anche solo all'apparenza: via le rughe, via i capelli bianchi) sia un precetto ineludibile, quasi un sacramento. La giovinezza, allora, non riguarderebbe un tempo biologico della vita umana ma una condizione necessaria per vincere. Per vincere che cosa? Qual è, dove sta la gara?
Veniamo al dunque.
Mi rivolgo a voi 25 lettori (non oso sperare in un numero più grande) per dirvi: sì, la gara c'è, è qui la gara, è con voi stessi. Gareggiate con voi stessi per sottrarvi all'imbroglio: studiate, mettete al centro dei vostri pensieri, della vostra giornata lo studio. Siccome ormai nessuno pare abbia una seria fiducia nella vostra naturale predisposizione a capire e a imparare ("i ragazzi di oggi pensano solo a divertirsi", "non sanno mettere due parole in fila", "leggono e non capiscono"…), e quasi nessuno vi obbliga seriamente a niente ("se non sei 'portato' vai alla scuola professionale", "se non ti 'piace' la fisica, imparati una paginetta, prendi almeno un cinque"…), spetta a voi - 25 lettori di questa lettera, ragazzi e ragazze fiduciosi del fatto che sto dalla vostra parte e che vi sto dicendo cose sensate - una mossa 'creativa': fate l'unica cosa che gli adulti non si aspettano da voi, il gesto che li sorprenderà e farà fallire il grande imbroglio: studiate anche se nessuno lo pretende davvero.
E non illudetevi: sarà, per voi, una strada tutta in salita, se le basi vi mancano, dovrete dannarvi l'anima per imparare quello che altri, avendo solide basi, fanno con leggerezza. Capire, memorizzare, ripetere, argomentare…: studiare, ogni giorno, è per l'appunto un rito; si tratta di operazioni lunghe e noiose che tutti coloro che studiano riescono a reggere soprattutto perché non si pongono tante domande sulla 'utilità pratica' di ciò che stanno facendo; abbandonate la scrivania (o il tavolo della cucina, se non avete una vostra scrivania) quando tutto, proprio tutto quello che bisogna sapere per l'indomani è diventato patrimonio vostro.
Sappiate, anche, che nei progetti del governo attuale, in materia di istruzione, si è deciso che all'economia del Paese bastano pochi 'eccellenti' (i liceali), e non essendo voi tra questi, perché "non sapete ragionare", perché "buttate tutto a scherzo", con voi non conviene insistere: per voi le porte dell'addestramento al lavoro sono spalancate sin d'ora, nemmeno concluso il biennio superiore, e fra non molto dalla scuola media, vale a dire quando si è nell'età in cui fare, da soli, coscientemente, la scelta di intraprendere studi superiori è quasi un miracolo.
Non penso affatto che un lavoro manuale sia inferiore a un lavoro intellettuale. E non mi importa che lavoro farete, da grandi. Adesso, però, a 15, 16 anni, siete nell'età migliore per trarre profitto della grande apertura all'apprendimento culturale propria degli esseri umani (è davvero così, poi questa capacità comincia lentamente a decrescere), e questa stagione non ritorna: la vita non è come la pellicola di un film, che può essere portata indietro allo scopo di correggere la storia.
Cercate un sostegno, un complice: tra i vostri insegnanti ce ne sono diversi che hanno molto a cuore la vostra istruzione, nel peggiore dei casi ce n'è almeno uno a cui potete affidarvi.
Dite che non c'è proprio nessuno che crede in voi? non c'è chi si prende cura di voi? In questo caso estremo, abbiate voi cura di voi stessi, non lasciatevi guastare dallo spirito di questo tempo, che invade senza riguardo la vostra giovinezza e la svilisce.
Remate contro!"



numero 10/2002


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