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Libertà e responsabilità
di Paola Papa

Nel rapporto educativo se non c'è libertà di scelta non si produce apprendimento.

Se proprio dobbiamo trovare un aspetto positivo nella grave situazione politico-sociale che stiamo vivendo è che essa, nella sua arretratezza, sciatteria e pericolosità, ci costringe a sottoporre al vaglio le nostre antiche certezze, a non darle per scontate, per acquisite, a ritrovare vecchie argomentazioni e a costruirne di nuove per sostenerle. A volte ci troviamo di fronte ad affermazioni, provvedimenti e azioni talmente inconcepibili e rozzi da lasciarci senza parole e questo non è bene perché, purtroppo, tra queste certezze ve ne sono alcune di fondamentali, come la democrazia del Paese fondata sulla nostra Carta costituzionale: anch'essa, come tutte le manifestazioni umane, è un valore precario che vive solo del consenso che intorno ad essa viene continuamente e faticosamente ricostruito.
È per questo che ci ritroviamo a parlare di libertà di insegnamento: la proposta di istituire una commissione che sottoponga a censura i testi di storia; il numero di telefono messo a disposizione per denunciare anonimamente chi, nella scuola, rema contro il governo; le becere osservazioni sulla presunta egemonia della impostazione marxista nella cultura e nella scuola, ci hanno ricordato che il nostro lavoro è talmente importante da dover essere tutelato dalla Carta costituzionale che ne garantisce la libertà.
Era un valore talmente scontato che in certi momenti anche noi ce ne siamo dimenticati e lo abbiamo sottovalutato. Eppure tutti ne abbiamo goduto. Io, per esempio, mi sono avvalsa, implicitamente e inconsapevolmente, di tale diritto fin dall'inizio della mia carriera. Per esempio, pur lavorando in un Istituto di istruzione professionale, non ho mai insegnato quella che allora si chiamava Cultura generale, ho sempre tenuto, cioè, ben distinti l'Italiano dalla Storia, con due voti, due testi, persino due spazi diversi nel registro. Ancora, ho svolto un programma di Educazione linguistica quando ancora non solo non c'erano i programmi a prevederlo, ma mancavano persino i testi. Ho avviato, molto precocemente, un corso di educazione sessuale affidato al Consultorio (e non a un prete, come allora si usava), assieme a corsi di lettura dell'immagine e del film. Recentemente, infine, insieme a tutto il dipartimento di lettere, ho rifiutato l'impostazione modulare dei nuovi programmi di storia. Questi sono solo alcuni dei molti esempi che potrei portare per dire che senza libertà di insegnamento non c'è ricerca, né sperimentazione, né innovazione.
Mai nessuno si è neanche sognato di dirmi quale testo dovevo usare, di che cosa e come dovevo parlare agli studenti, come dovevo impostare la programmazione e le lezioni. Certo, a fronte di questa libertà deve esserci, da parte del docente, rispetto nei confronti di alunni e genitori; ci vuole capacità di condivisione nei confronti dei colleghi e dell'istituzione; il lavoro che si propone deve essere inattaccabile dal punto di vista della qualità, insomma la libertà deve essere ricambiata da una adeguata assunzione di responsabilità. Ma solo una persona pienamente libera può essere anche pienamente responsabile.
Queste ultime considerazioni ci spingono ad entrare più nel merito del perché la libertà di insegnamento sia così importante. Il fatto è che essa non è solo un principio di democrazia, ma è anche a fondamento dell'apprendimento stesso. Alla base di tutto il processo di istruzione sta la relazione insegnamento-apprendimento: essa comporta che i due soggetti della relazione si mettano entrambi in gioco, se ne assumano la responsabilità, ne condividano le regole e i limiti. Se queste condizioni, per un qualsiasi motivo, non si realizzano, l'apprendimento non avviene e queste condizioni possono realizzarsi solo nella piena libertà, per quanto riguarda il soggetto adulto, e nel massimo di libertà possibile per il soggetto in formazione. Appare del tutto evidente che non si può costringere una persona a mettersi in gioco, ad assumersi delle responsabilità, né, tantomeno, a condividere (e non solo a rispettare in modo formale) regole e limiti di una situazione; la si può costringere a una relazione, ma questa, senza la facoltà di scelta, non porterà i frutti sperati, non produrrà modificazioni, non determinerà, cioè, apprendimento.
Sta forse qui una delle ragioni profonde del fallimento di tante buone riforme.
Sembra strano dover difendere la libertà di insegnamento in un momento in cui si sta realizzando una società in cui tutto sembra lecito e possibile e in cui il governo ha la parola libertà nel nome della maggioranza che lo sostiene (Casa delle Libertà) e la usa ossessivamente nei propri discorsi. Ma è una contraddizione solo apparente. In realtà questa società, e il governo che in questo momento la rappresenta, trattano la "libertà" allo stesso modo in cui trattano il lavoro, la cultura, i consumi, l'ecologia, la salute, la politica cioè tutti gli aspetti importanti della vita: ti garantiscono il superfluo mentre ti negano l'essenziale.



numero 4/2002


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