diretta web del 29° Convegno Nazionale CIDI
"La nuova scuola - Il senso delle riforme"

i resoconti di venerdi 23 marzo 2001 - da Ferrara

 

      ore 9.30/13.00

      LA NUOVA SCUOLA

      Cristina Morrocchi
      Presidente Cidi di Palermo
      Si apre la seconda giornata del Convegno “Il senso delle riforme”. Cristina Morrocchi, introducendo i lavori, riprende alcuni passaggi della giornata precedente. Definisce “difficile” il cambiamento che le riforme indicano alla scuola. Esistono difficoltà e perplessità dovute anche alla banalizzazione che l’informazione dei media ha prodotto. In realtà nella scuola non si parte da zero; le riforme non intendono distruggere nulla, ma valorizzare le indicazioni di lavoro, le strategie di azione, le esperienze che dalle scuole provengono.
      Il sistema riformato ha come obiettivo quello di evitare lo spreco delle “eccellenze”, quello di evitare i troppi insuccessi ed abbandoni per offrire a tutti i nostri giovani qualità nella formazione in nome di una cittadinanza piena e consapevole. (Loriana Pupolin)
       

      Per un apprendimento di qualità per tutti

      Benedetto Vertecchi
      Presidente del CEDE
      In Italia, come negli altri paesi industrializzati, la totalità, o quasi, della popolazione fruisce di un lungo periodo di educazione scolastica. La frequenza è quasi completa fino al quindicesimo anno di età, e a diciotto anni i ragazzi scolarizzati sono ancora circa tre quarti della classe d’età corrispondente. Bastano queste constatazioni per ritenere che ormai determinati livelli di conoscenza siano parte del profilo della popolazione? In altre parole, si sta veramente conseguendo l’obiettivo di una educazione alla cittadinanza?
      La risposta a questa domanda non può prescindere dalla considerazione di aspetti complessi della realtà educativa collegabili in parte alle vicende politico-culturali italiane, in parte ai cambiamenti che investono il quadro internazionale. Sul piano interno, occorre chiedersi:

      • qual è il profilo del 25% dei ragazzi che abbandonano prima della fine della scuola secondaria?
      • quali competenze hanno effettivamente acquisito i ragazzi che conseguono un diploma di studi secondari?
      • quale valore può essere riconosciuto alle certificazioni scolastiche?
      Sul piano internazionale, gli interrogativi sono:
      • in che modo le interazioni in atto modificano i profili culturali?
      • quali elementi di identità resistono alle tendenze omologatrici?
      • quali conoscenze conferiscono effettivo vantaggio nella competizione internazionale?
      • quali sono i punti forti e quelli deboli della  comparazione tra sistemi scolastici?
      Sono tutte domande, in qualche modo, preliminari ad ogni discorso sulla qualità dell’educazione che non si limiti ad enunciati più o meno suggestivi dal punto di vista pedagogico o alla semplice rilevazione della funzionalità di questo o quel servizio.
       

      Dai tre ai quindici anni

      Giancarlo Cerini
      Vicepresidente nazionale Cidi - Ispettore Mpi
      Far parte di un’associazione professionale  come il CIDI consente oggi, in questo momento di forte cambiamento, di poter pensare a un progetto di scuola da condividere e praticare. La nostra ottica ci consente di non perdere di vista né ciò che ci è “vicino” (l’esperienza delle scuole”), né l’attribuzione di senso proiettato verso il domani.
      E’ infatti nelle scuole, grazie ad una serie di azioni ricorrenti, che si realizza un rapporto quotidiano che coniuga azioni, cultura, generazioni; tale rapporto ha bisogno di “lentezza”. Ed è una lentezza che sembra contrastare con la “velocità” insita nel cambiamento.
      Non è facile costruire l’identità della nuova scuola di base: essa dovrebbe tenere insieme le virtù migliori della scuola elementare e media: la capacità di accogliere, accompagnare, tipiche della scuola elementare; mantenere l’incontro con i saperi in forma organizzata, il differenziarsi dei codici e linguaggi tipico, invece, della scuola media. E le virtu’ debbono essere, poi, proposte da professionisti competenti.
      I bambini e gli adolescenti nella scuola di base incontreranno saperi, forme simboliche che sfoceranno nelle discipline; e la scuola ha il compito di costruire la mediazione attraverso una concezione “ricca” dell’apprendere.
      E sono i nuovi curricoli a contenere la possibilità di realizzare apprendimenti significativi, interattivi. I curricoli che, ricordiamolo ancora, non sono i programmi, contengono i segni della nostra storia, dei programmi del 1979, di quelli del 1985, degli Orientamenti del 1991. E oggi, a pieno titolo,lingua, matematica, scienze, lingue europee, area geo storica sociale, arte, musica, corpo, area delle tecnologie, hanno pari valore formativo.
      E assumono valore fondativo specifico dell’apprendere sia la padronanza di competenze logico linguistiche comunicative sia le logico matematiche.
      Nella scuola di base si va dagli ambiti verso le discipline; queste ultime si trovano in una zona di “confine”, si predispongono al dialogo, cessano di essere nicchie separate.
      Sarebbe necessario, a questo punto, offrire ai docenti opportunità di formazione alta, non piu’ i soliti corsi di aggiornamento, ma una sorta di “cicli card” che dia diritto ad esoneri, bonus per acquisti di libri, corsi di specializzazione prepagati e abbattimento dei costi per l’utenza Internet.
      La riforma, infatti, deve risultare “conveniente” non solo per il paese, ma soprattutto per gli insegnanti. (Mena Pipicelli)
       

      Dai tredici ai diciotto anni

      Mario Ambel
      Presidente IRRE Piemonte
      La sovrapposizione dei segmenti /3-15/13-18/15-18/ è conseguenza di un ragionamento che per anni abbiamo condiviso, lavorando ad un progetto unitario dai tre ai diciotto anni. Oggi si tratta invece di ragionare sui segmenti e quello della secondaria è caratterizzato da un “lavori in corso”. Siamo chiamati a grandi scelte, all’interno di due confini: abbattimento degli indirizzi, unitarietà del primo biennio. Si tratta di scelte strategiche che siamo chiamati a compiere con la consapevolezza che dobbiamo fare in modo che la fretta, i condizionamenti esterni non debbano limitare l’intervento sulla secondaria, facendo sì che in essa cambi poco o nulla. La centralità della persona che apprende cosa significa nella secondaria, come si traduce in percorso formativo, in pratiche didattiche quotidiane? Significa avere come riferimento i livelli e gli obiettivi, ma anche strumenti di controllo. Significa capovolgere la logica progettuale della scuola collegandola alla consapevolezza dell’apprendere, offrendo agli allievi una possibilità di scelte e di pratiche quotidiane tenendo anche conto che questo è un periodo particolare della loro esistenza e che la scuola diviene il luogo in cui si manifestano i conflitti esistenziali, anche perché la scuola è la sede in cui si operano scelte, si propongono norme e comportamenti.
      Tre sono i nodi di riflessione: itinerario di scelte o percorso formativo,  progetto culturale, modello relazionale comportamentale. Particolarmente difficile la definizione del primo biennio, in cui non si può pretendere di fare scelte radicali, in cui bisogna tener conto dell’esistente e trovare un modo per conciliare le novità con quanto già esiste. Un primo biennio fatto di scelte consapevoli che chiamano in campo orientamento e riorientamento perché bisogna fare gli indirizzi, ma contemporaneamente garantire i passaggi. Così dice la legge.
      Al tempo stesso però è necessario non perdere di vista l’identità di indirizzo quinquennale e contemporaneamente definire i traguardi effettivi dell’obbligo. Questa è precisamente l’area di equivalenza, non una sommatoria di discipline, né l’area comune tradizionalmente intesa, ma un insieme di obiettivi da raggiungere prima di uscire dall’obbligo. Un altro nodo delicato è rappresentato da che cosa differenzia gli indirizzi e ciò è collegato al tema della terminalità: quali acquisizioni professionali specifiche alla fine dei futuri licei che dovranno, tutti, consentire tre tipi di uscita: lavoro, istruzione tecnica superiore, università.
      Il progetto culturale della nuova scuola sta nel rapporto tra conoscenze e competenze, o, meglio, abilità e si propone nei primi due anni: l’alfabetizzazione strumentale permanente e un’alfabetizzazione culturale ad essa collegata; negli altri tre anni il consolidamento culturale, l’orientamento professionale, alcune competenze professionali spendibili. Si tratta allora di individuare il contenitore culturale e professionale al cui interno possano essere ulteriori elementi di curvatura degli indirizzi per una loro maggiore spendibilità.
      La difficoltà di realizzare la centralità de soggetto che apprende è tutta nel trasformare la scuola da luogo di insegnamento a luogo di apprendimento utilizzando quegli elementi di flessibilità che l’autonomia offre e collegandoli alla ricerca e alla verifica. (Barbara Accetta)
       

      Obbligo formativo, integrazione dei sistemi, educazione degli adulti

      Sergio Albani
      Cooperativa Ciid
      L’esigenza di riflettere sulla creazione di un sistema di educazione permanente è emersa da tutti gli interventi e dalla relazione di Alba Sasso che individuava in essa, giustamente, una sfida culturale e democratica. Infatti, come si afferma nel memorandum della Commissione Europea, la nozione di istruzione permanente non è solo un aspetto ma deve diventare il principio informatore di tutto il sistema formativo.
      All’interno del più generale quesito se la Riforma stia andando in questa direzione, Albani pone a ciascuno dei partecipanti alla tavola rotonda i seguenti quesiti: quali problematiche pone la creazione di un sistema di educazione permanente al rapporto tra Stato e autonomie; quali interrogativi pone alla scuola l’attuazione dell’obbligo formativo; quali problematiche all’Educazione degli Adulti.  (L.S.)

      Maria Rita Lodi
      Assessore formazione professionale, politiche e servizi per il lavoro, Provincia di Ferrara
      Il senso complessivo della Riforma sta nella valorizzazione lungo l’arco della vita. Pur essendo chiamata, in quanto assessore della Provincia di Ferrara, a riportare le esperienze nel campo dell’integrazione che si stanno attuando nella sua città, Lodi vuole dare un respiro politico più ampio al suo intervento, essendo convinta che quella dell’integrazione sia una tematica di interesse nazionale.
      Dopo aver richiamato i riferimenti normativi (legge 194 -art.68, Accordo Stato Regioni del marzo 2000, Patto sociale del dicembre 1998) mette in evidenza le novità di tali atti normativi: per la prima volta la concertazione supera il carattere congiunturale e si inserisce in un progetto sociale democratico che vuole offrire opportunità di crescita a tutti gli individui.
      Muovendo dal concetto di sussidiarietà, afferma che ciò che serve al Paese è la creazione di un sistema integrato che costituisca il fondamento di una società più sapiente e più competitiva. La ricomposizione dei sistemi è oggi diventata una necessità; d’altra parte il nesso tra episteme e techne, tra sapere e fare risale alla cultura greca.
      Per attuare un sistema integrato occorre l’intervento coordinato di più soggetti: lo Stato che deve garantire l’impianto nazionale, gli Enti locali a cui spetta di organizzare le condizioni del sistema integrato e le Forze sociali. In questo quadro una particolare attenzione meritano i Centri per l’impiego a cui spetta il compito di orientare al lavoro, individuare percorsi mirati, sostenere nell’inserimento lavorativo.
      Sulla base dell’esperienza della provincia di Ferrara è possibile mettere in guardia da due rischi: il primo è quello di ridurre l’obbligo formativo alla sola formazione professionale, il secondo consiste nel creare un canale parallelo e alternativo alla scuola sulla base di interessi economici e ideologici. Per premunirsi rispetto a questi rischi non si deve perdere di vista il progetto sociale che è alla base dell’obbligo formativo. (Luciana Scarcia)

      Maria Teresa Sarpi
      Cidi di Napoli - Ispettrice Mpi
      L’obbligo formativo colloca la scuola nella società in un’ottica non più autoreferenziale. Sono tre gli elementi da cui partire:

      • la creazione di un sistema integrato;
      • il fenomeno ancora allarmante della dispersione scolastica (attestato a tutt’oggi su circa il 30% di non promossi tra primo e secondo anno della scuola superiore);
      • i cambiamenti tumultuosi nell’organizzazione del lavoro e nell’evoluzione delle tecnologie.
      In questo quadro la scuola è punto di riferimento delle famiglie, è chiamata a sostenere e ad orientare le scelte. Ora, le riforme fatte sono andate verso il superamento del “doppio canale” a favore dell’integrazione dei percorsi e garantendo passaggi orizzontali.
      Non mancano i problemi:
      • esiste una grande varietà di situazioni che caratterizzano strutturalmente ed economicamente regioni diverse;
      • molto diversificate sono anche le possibilità di accesso al lavoro (in alcune regioni l’immissione nel mondo del lavoro può essere immediata);
      • la formazione professionale, in alcuni casi, è ancora di qualità scadente;
      • gli Enti Locali hanno spesso una scarsa attenzione alle politiche della formazione iniziale.
      Questi problemi rendono faticosa la costruzione di un sistema integrato.
      C’è, poi, da superare una mentalità tradizionale della scuola che tende a chiudersi al suo interno, mentre è necessario pensare in termini sistemici.
      In alcune situazioni il pensare” locale-globale” può trattenere l’attrazione del giovane verso guadagni immediati.
      E’ necessario attrezzarsi per produrre informazioni corrette, creare regole condivise per la attribuzione di crediti, individuare modelli unitari delle certificazioni che rappresentano “la messa in chiaro” delle competenze acquisite. (L.P. - L.S.)

      Grazia Napoletano
      Segretaria generale IRRE Lazio
      A causa di tempi tecnici la relatrice “comprime” l’intervento. Ribadisce l’imprescindibilità dell’esistenza di un sistema saldo per l’Educazione degli adulti:

      • sono oggi necessari apprendimenti solidi per sessanta anni di vita;
      • l’Europa spinge verso la creazione di sistemi di formazione “lunghi tutta la vita”;
      • si rende necessaria la creazione di percorsi “inediti”.
      L’Educazione degli adulti per  produrre risultati efficaci ha bisogno di essere inserita in un sistema fortemente integrato.
      La costruzione dell’integrazione è difficile. La competenza, in merito alla questione, è locale e i ragionamenti devono spostarsi su questo piano; a livello nazionale si stabiliscono “cornici”, ma è a livello locale che le interrelazioni avvengono e si colgono i bisogni reali. I soggetti che oggi si occupano della educazione degli adulti sono molti e caratterizzati da competenze diverse, dall’alfabetizzazione funzionale alla creazione di competenze professionali. Anche per questo la costruzione dell’integrazione è difficile.
      La persona adulta che usufruisce dell’EDA ha una motivazione fortemente orientata: vuole conseguire risultati per sé e per la propria vita. Non è pensabile che venga formato “a pezzi”. La questione è politica: integrare i percorsi è possibile attraverso un’attenta concertazione e una coprogettazione dei percorsi. Altro nodo consiste nell’affrontare la formazione degli operatori dell’educazione degli adulti. E’ fondamentale praticare la formazione congiunta di docenti dei CTP, degli istituti superiori, della Formazione professionale. Rispetto a questo tema un ruolo importante hanno gli IRRE che da anni stanno attuando progetti di formazione dei docenti aperti agli operatori degli altri sistemi. (Loriana Pupolin - Luciana Scarcia)

      Luigi Berlinguer
      Deputato, ex ministro della Pubblica Istruzione
      Nel suo intervento, Luigi Berlinguer pone l’accento sullo stato complessivo della riforma. A suo giudizio esiste un divario tra il patrimonio prezioso sin qui accumulato e la concreta situazione sociale. In tal senso, egli sottolinea l’esigenza di una più ampia e obiettiva informazione. Diversamente dal passato -argomenta- la riforma della scuola (la prima, vera del cinquantennio repubblicano), nelle sue varie fasi, ha mirato a realizzare un’uguaglianza fondata sulla valorizzazione delle differenze. Lo strumento di tale processo è l’autonomia, sia come certezza normativa sia come gradualità di applicazione.
      L’autonomia -prosegue ancora Berlinguer- deve soddisfare la domanda che viene dalla società. A tale proposito è indispensabile il coinvolgimento delle famiglie, assai diverse dalla famiglia del passato, e -soprattutto- l’attenzione al disagio, alla sofferenza dei bambini e dei ragazzi, divenuta una questione di rilevanza nazionale. Se, dunque, da un lato occorre favorire il successo formativo degli studenti, valorizzando il talento e le potenzialità individuali, dall’altro si deve porre al centro del disegno riformatore il ruolo dei docenti. Questi ultimi, prima soli nella loro “frontalità”, possono ora sviluppare, grazie all’autonomia, la dimensione collegiale e consolidare la propria libertà di insegnamento.
      La creatività e la ricerca educativa dei docenti devono proiettarsi in una luce italiana ed europea, attraverso la sintesi tra il ruolo dello Stato ed un federalismo diverso dalla frammentazione e dal localismo delle piccole patrie. Non si tratta dunque di valutare (“questo è stato un errore”) ma di valorizzare la figura del docente: per questo -conclude Berlinguer- tale riforma incarna la parte migliore della società e costituisce una conquista irreversibile. (Marco Galeazzi)
       

      ore 15.00/19.00

      PERCHE' CAMBIA E COME LA PROFESSIONE DOCENTE

      Daniela de Scisciolo
      Presidente Cidi di Potenza
      La discussione sulla professione docente si intreccia con i ragionamenti relativi all'autonomia. E' una di quelle discussioni che rischia, se svolta in astratto, di produrre un dibattito lontano dalla realtà .
      Credo che si possa partire dalla considerazione della centralità dei docenti nel processo di riforma in atto: il buon esito della riforma dipende in larga misura dal nostro protagonismo.
      Chi è oggi il bravo docente? Come è cambiata, se è cambiata, la professione docente? Con le stesse modalità, con gli stessi tempi, in maniera omogenea in tutto il territorio nazionale? Vi è un’idea condivisa di professionalità docente?
      Sono alcune delle domande che vogliamo consegnare idealmente ai relatori di questo pomeriggio, perché anche da esse si possa sviluppare un ragionamento che, partendo dal progetto culturale di una scuola riformata dai tre ai diciotto anni, giunga a definire alcuni degli elementi che contribuiscono a disegnare un profilo professionale complesso ed in continua evoluzione quale è quello del docente. (Loriana Pupolin)
       

      Autonomia di ricerca, sperimentazione, sviluppo e libertà di insegnamento

      Domenico Chiesa
      Vicepresidente nazionale Cidi
      Perché il protagonismo dei docenti non costituisca un’affermazione meramente retorica, è essenziale che i docenti si impossessino del senso delle riforme, che può essere reso visibile soltanto a partire dalla passione e dalla competenze dei soggetti che operano nella scuola.  Il vero problema è l’individuazione di campi, settori, azioni in cui possa essere esercitata e verificata una professionalità che ha il suo cardine nell’intreccio tra competenze intellettuali e capacità di mediazione sociale.  La peculiarità della professionalità docente sta infatti in questa possibilità di intercettare i vissuti degli studenti attraverso la dimensione formativa dei saperi. Ma è una possibilità che si situa all’interno di un progetto condiviso.
      Il tema dell’autonomia di ricerca, in questo quadro interpretativo della professione, diventa centrale. E’ paradossale che chi fa ricerca non eserciti la professione e chi la esercita non faccia ricerca. Ma di che tipo di ricerca si parla? Dalla lettura dell’art.6 del Regolamento, troppo spesso trascurato, ricaviamo alcune suggestioni.
      La vita della scuola si basa sul fare ricerca, ma come fatto interno allo stesso fare scuola. Questo vuol dire che l’impegno di ricerca dei docenti dev’essere orientato alla costruzione della cultura della scuola, che è l’unico antidoto alla cultura degli adempimenti. L’elaborazione del curricolo, per fare un esempio, è impensabile senza un’attitudine alla ricerca collegiale. La cultura della ricerca ha anche a che fare con la capacità di recuperare le esperienze più significative già prodotte. E’ triste che ogni docente che va in pensione porti con sé tutto il prezioso bagaglio di esperienze, senza che esso torni a beneficio di chi proseguirà il suo lavoro. L’autonomia di ricerca è importante anche per la formazione dei nuovi insegnanti e degli insegnanti in servizio. Per questi ultimi è decisivo poter ripensare l’aggiornamento nel senso di una sua forte integrazione dal fare scuola quotidiano.
      Un altro ambito dell’autonomia di ricerca è quello che riguarda il dibattito sui grandi temi della cultura, che spesso gli insegnanti lasciano agli opinion makers e agli intellettuali. Questioni come quelle dei nuovi modi di apprendere degli studenti non dovrebbero incentivare la ricerca nelle scuole?
      Al tema della ricerca si lega quello della libertà d’insegnamento, purché quest’ultima non venga intesa come privilegio individuale. Essa infatti si inscrive in un patto costituzionale che i docenti instaurano con le famiglie e con gli studenti. L’orizzonte della progettualità condivisa è l’unico possibile per un esercizio della libertà d’insegnamento di alto profilo. Per questo l’autonomia degli istituti e l’autonomia individuale non possono entrare in conflitto tra loro, a patto che il lavoro collegiale venga sottratto all’inconcludenza burocratica e recuperi tutta la sua “convenienza” e la sua congruenza col fare scuola di ogni giorno.
      Questo genere di professionalità potrà far sì che la scuola possa veramente dar forma al sapere e che per ogni studente l’esperienza di apprendimento si configuri come esperienza dotata di senso. (Maurizio Muraglia)
       

      Condizioni e strumenti per la crescita professionale

      Walter Moro
      Presidente Cidi di Milano
      Nella sessione di questo pomeriggio dedicata alle condizioni e agli strumenti per la crescita professionale Walter Moro, coordinatore della tavola rotonda, propone una riflessione sui nodi problematici relativi alla professionalità docente. Le condizioni fondamentali per discuterne in termini oggettivi sono legate alla fattibilità di una formazione iniziale e in servizio che garantisca nuove competenze professionali. Di fatto già si sono delineati due versanti in cui si sperimentano tali competenze: il primo determinato dal regolamento 275, relativo alla progettazione dell’offerta formativa, l’altro determinato dalla riforma dei cicli che pone al centro il curricolo. Tuttavia il nuovo profilo che si va delineando deve essere sostenuto da interventi che sollecitino la ricerca didattica, l’acquisizione di competenze cooperative, relazionali e organizzative che devono essere i cardini della politica della formazione. Infatti la fattibilità della riforma si gioca sul terreno delle risorse professionali ed una delle novità forti è quella della riqualificazione della professionalità docente richiesta dall’impianto del documento governativo. Ma le leggi sinora in vigore devono essere accompagnate da un intervento normativo secondario che si occupi di cinque questioni fondamentali:

      • l’unificazione del ruolo del docente di scuola di base, questione per la quale occorre avere sensibilità procedurale per la sua delicatezza;
      • l’utilizzo delle risorse professionali rispetto alle definizioni dei curricoli, dato che si aprono gli orizzonti attraverso gli ambiti;
      • la revisione del sistema di reclutamento, poichè la rigidità dell’orario-cattedra e delle classi di concorso va contro il respiro progettuale della riforma;
      • la definizione degli strumenti per sviluppare la professionalità: senz’altro assume un ruolo cruciale la formazione in servizio, che deve essere costituita da ricerca e sperimentazione, sostenute da opportuni investimenti per la creazione di strutture materiali;
      • l’organico funzionale come strumento imprescindibile per garantire tutti i punti precedenti.
      Conclude l’apertura del dibattito ponendo una serie di interrogativi sulle problematiche poste dall’unificazione dei ruoli nella scuola di base, dalla definizione dei curricoli, dalla modificazione eventuale di uno stato giuridico dei docenti.  (G.D.)

      Assunta Morrone
      Docente di scuola elementare - Cidi di Cosenza
      L’ esperienza di lavoro in Istituto Comprensivo, offre la porta di accesso per entrare nel cambiamento in atto, la possibilità di riflettere sul momento molto particolare che la scuola sta vivendo e sull’occasione irrinunciabile che, come docenti, stiamo vivendo. Ad ogni mutamento strutturale, non solo della scuola italiana, ha sempre corrisposto una messa in discussione della professione docente e, come contraltare, della professionalità. L’attuale esperienza lavorativa mi pone con estrema immediatezza, nel cambiamento in atto, alla luce di stati d’animo diversi e diversificati che agitano la quotidiana dimensione scolastica. Riflettendo sul vissuto scolastico, non si può fare a meno di pensare che ad ogni trasformazione ha sempre corrisposto la messa in discussione di compiti, ruoli, competenze, con alcuni termini, sempre ben visibili a spiegarne la motivazione: Collegialità, era la chiave di volta della riforma della scuola elementare, il terreno su cui si giocava il team di lavoro, nuovo nel suo genere, per quell’ordine di scuola come, ancora oggi,  per gli altri; Responsabilità: è il fulcro centrale dell’autonomia scolastica. Collegialità e responsabilità diventano due cardini fondamentali su cui costruire una vera crescita professionale. C’è poi un terzo livello, rappresentato dal termine formazione. Se capovolgiamo la scelta e leggiamo questo termini, dal terzo al primo, ci troviamo dinanzi ad un percorso che sintetizza i momenti cruciali del cammino di ognuno di noi. Rivedendoli al contrario, infatti, essi sono i  nodi, più o meno sciolti, di un cammino che si realizza nel corso dell’intera vita professionale.  Formazione, responsabilità e collegialità, sono altrettante tappe di un percorso a cui possiamo aggiungere ulteriori tappe, interscambiabili, a seconda degli scenari che via via si presentano dinanzi ai nostri occhi e che cooperano alla crescita professionale.
      Ma al cambiamento corrisponde sempre una crescita? E, ancora, il mutare delle cose, in senso strutturale, e delle persone, nella direzione della crescita personale e professionale, senza dicotomie tra i due momenti, crea le condizioni per entrare in un mondo che possiamo considerare nuovo e sconosciuto, tanto da mettere in discussione le scelte, più o meno consapevoli, che siamo spinti a fare? Alle due domande si può rispondere in “senso” positivo, soprattutto se si accetta l’ipotesi che la professione docente è, non solo un modo di essere, ma anche una modalità di agire. Il significato di essere e quello di agire richiamano già una crescita. Ma questa crescita deve essere supportata da una consapevolezza iniziale e in itinere su quello che effettivamente chiediamo a noi stessi. Il cambiamento oggettivo, il mutare delle condizioni strutturali, in qualsiasi spazio d’interazione, determina i presupposti perché i diversi soggetti crescano, all’insegna di un’evoluzione, oserei dire, genetica. Per la  scuola di base, ma ciò potrebbe valere per il sistema formativo in genere, è importante riconoscere e fare proprie, alcune priorità, connotanti una crescita professionale consapevole:

      • formazione iniziale forte, a partire dalla scuola dell’infanzia, che non sia frutto del caso, che garantisca standard di qualità alti;
      • formazione in servizio che rafforzi quella iniziale sul versante dell’arricchimento, in termini di qualità. Formazione continua che possa dirimere la questione delle trasformazioni inevitabili, quel “nuovo e sconosciuto” che non avrebbe più nulla da nascondere, potendo prevedere in anticipo la possibilità del cambiamento, un mutare naturale che risponde ai criteri di una temporalità incalzante.
      Soprattutto in questa fase è necessaria una formazione che continui per tutta la vita professionale, non nel senso che la sua curabilità sia intoccabile, ma nella convinzione che è sempre vero che “gli esami non finiscono mai”.   (G.D.)

      Elisabetta Degl’Innocenti
      Docente di scuola superiore - Cidi di Genova
      Bisogna riflettere senz’altro sull’immediato futuro, cioè sul riordino dei cicli, ma anche sul presente perché le altre leggi di riforma operanti hanno già determinato un forte cambiamento nella professionalità docente ed ognuno individualmente percepisce le trasformazioni del proprio cammino professionale. Senz’altro si avverte l’acquisizione di maggior “mestiere”, perché è cambiato il modo di lavorare con l’accrescimento delle competenze tecniche. Prima ci si basava su una artigianalità empirica o, nel peggiore dei casi, sulla ripetitività; oggi si ha consapevolezza di essere professionisti del proprio lavoro. Il cammino è stato segnato da due passaggi significativi: uno dieci anni fa che ha determinato un mutamento più quantitativo e formale, cosa che è stata percepita dai docenti malvolentieri; un altro cinque anni fa con l’avvio delle riforme in quest’ultima legislatura, mutamento più sostanziale che con un nuovo esame di stato o con la questione dell’orientamento ha spinto i docenti a misurarsi con problematiche relative alla valutazione, alla progettazione e al rapporto con il territorio. Perciò l’ironia dei media sul lessico didattico è il segnale di una visione antiquata del docente. Mentre all’inizio del cammino di riforme era cresciuta l’aspettativa e il senso di importanza della scuola e, quindi, della figura del docente, ora tutto pare piuttosto attenuato e si ha la percezione che con questa attenuazione si sta perdendo terreno sul versante della riconsiderazione sociale dei docenti, che senz’altro sarebbe aiutata e sostenuta da un aumento retributivo. Su quest’aspetto forse la storia del “concorsone” è stata una battuta di arresto di un processo, perché, con tutti i limiti formali, si poneva la questione importante della necessità di valorizzare la poliedricità delle funzioni richieste ai docenti. Bisognerebbe riaffrontare la questione per non ripiombare in un basso livello di considerazione sociale. In effetti l’unica differenziazione di profilo che si è attuata è stata quella delle Funzioni Obiettivo, che ha evidenziato la necessità di un profilo organizzativo del docente, ma ha trascurato ed oscurato gli altri aspetti significativi della professionalità.   (G.D.)

      Antonio Maiorano
      Docente di scuola superiore - Cidi di Napoli
      Un dato condivisibile è che l’autonomia h fatto liberare energie sommerse e sopite. L’ultima indagine IARD restituisce l’immagine della categoria dei docenti in crisi e alla ricerca di identità ma meno sfiduciata rispetto agli anni ’90. Permane tuttavia la sensazione di conflittualità tra la percezione di un lavoro impiegatizio e l’aspirazione ad una maggiore professionalità.La categoria docente vive un grande processo di trasformazione che nasce dai processi in atto e talvolta è quasi preteso. E’ necessario perciò fare leva sulla formazione iniziale che deve contemplare non solo gli aspetti disciplinari che permangono fondamentali, ma anche elementi di pedagogia, psicologia e didattica. Questo patrimonio deve poi accrescere e arricchirsi nel contesto di lavoro. Ciò significa formazione in servizio continua, sostenuta da possibilità di spendere tempi e di usufruire di strutture, in un contesto costituito dalla collegialità intesa come strumento e obiettivo di lavoro. Si avverte la realizzazione di un processo che porta all’unicità della funzione docente; ciò però non deve determinare unitarietà, perché è necessario valorizzare le specificità di ciascuno. Per questo potrebbe essere utile la costituzione di un’anagrafe professionale dei docenti all’interno delle scuole per individuare le potenzialità di risorse ai fini di un’organizzazione funzionale della vita scolastica. Il compito dell’associazionismo nel campo della formazione sarà quello di essere luogo di scambio di esperienze più che erogatore di corsi, entrando anche nelle reti territoriali in contatto con le strutture centrali, per sostenere i docenti in questo compito difficile di “mutare pelle”. Sarebbe auspicabile, in conclusione, che il docente della nostra scuola non assomigli a nessuno degli stereotipi proposti dall’immaginario cinematografico: l’insegnante cialtrone, l’insegnante eroe, l’insegnante senza certezze, l’insegnante sfiduciato. (Giovanna Domestico)
       

      Serve un codice professionale? Un confronto a più voci

      Sofia Toselli
      Segreteria nazionale del Cidi
      Le libere professioni (medicina, ingegneria, giornalismo..) considerate di utilità generale si sono date, da tempo, codici etici. Elaborati direttamente dagli Ordini professionali, i codici contengono norme atte a regolare i comportamenti dei professionisti.
      Eventuali sanzioni vengono comminate dagli stessi Ordini che stabiliscono quindi un controllo sull’esercizio della professione.
      Agli insegnanti serve un codice deontologico?
      L’argomento é d’attualità.
      Gli insegnanti oggi percepiscono se stessi come professionisti, il modello del docente “vocato” tende a tramontare. E la scuola dell’autonomia, ponendo l’accento sulla responsabilità professionale, richiama alla necessità di regole condivise.
      Ma quella degli insegnanti si può definire Libera professione?
      Gli insegnanti esercitano la loro professione sulla base di regole, indicazioni e finalità determinati da leggi, regolamenti, ordinamenti, dalla stessa Costituzione.
      Il codice deontologico é, quindi, implicito.
      Il Dipartimento per la funzione pubblica ha elaborato un codice di comportamento dei dipendenti del pubblico impiego.
      Ma vista la peculiare e riconosciuta funzione della nostra professione, per i docenti si rimanda a un eventuale codice specifico come, del resto, é accaduto per i magistrati.
      Cosa dovrebbe e cosa potrebbe contenere un codice deontologico degli insegnanti?
      Un elenco di precetti? Aiutare (Chi?) a riconoscere “mancanze” e sanzionare (come?) comportamenti (quali?)? Può un codice indurre comportamenti virtuosi?.  (G.M.)

      Paolo Cornaglia Ferrari
      Presidente associazione ONLUS “Camici e Pigiami”
      Serve un ordine e serve un codice? Può servire per aiutare  i medici di fronte a dilemmi morali. Il codice deontologico dei medici è stato piu’ volte rivisto; oggi corrisponde ad uno schema che dice ben poco. Oggi il giuramento di Ippocrate è spesso disatteso: si scontra con ragioni di carriera e con risorse scarse. L’ordine è costruito da medici, non è controllato dai cittadini, è facile quindi che alcune realtà vengano nascoste in modo omertoso. L’ordine, quindi, assume un carattere di protezione dei professionisti a metà fra sindacato e corporazione. La risposta alla domanda iniziale è, perciò, negativa.
      Medici e insegnanti, cosa hanno in comune le due professioni? Hanno in comune molto. Allora il codice deontologico, anche per gli insegnanti, serve a poco.  (G.M.)

      Vittorio Borraccetti
      Magistrato - Procuratore aggiunto alla Direzione Nazionale Antimafia
      La mia risposta sarà diversa da quella del medico.  E’ necessario premettere che esistono differenze tra le libere professioni e la professione degli insegnanti.
      Questa ha come termine di riferimento la vita delle persone e viene assunta dallo Stato come professione propria, come servizio pubblico. Sia il campo della scuola sia quello della Sanità rispondono a criteri: la salute e l’istruzione per tutti.
      Le regole e la deontologia per chi svolga una funzione pubblica si trovano all’interno delle leggi, dunque della Costituzione; molti dei relatori hanno fatto esplicito riferimento all’art. 3 della Costituzione. La deontologia delle professioni pubbliche non può che stare all’interno delle leggi.
      Magistrati e insegnanti hanno in comune il fatto di svolgere non tanto una professione quanto un funzione. E questa funzione necessita di un grado, sia pure in contesti e con esigenze istituzionali differenziate, di libertà e di autonomia.
      Il codice deontologico dei magistrati, istituito un paio di anni fa, non è altro che una raccolta di principi preesistenti nelle leggi, non riveste grande importanza perché i magistrati ripongono ogni difesa della loro autonomia nell’organismo di autogoverno di cui dispongono, il CSM. Di questo fanno parte magistrati e anche (per 1/3)  “laici”.
      I codici deontologici, pur non avendo grande rilevanza, possono tuttavia diventare uno strumento per la consapevolezza dei valori etici di una categoria. In questo senso possono essere utili.  (G.M.)

      Mario Bracci
      Vicepresidente nazionale dell’AIMC
      L’insegnante è un professionista della scuola. Sullo sfondo dell’autonomia sarà necessario ribadire la peculiarità della scuola e non cadere nell’errore di prendere esempio da altri organismi o settori.
      Sarà necessario porre l’istanza di un’etica professionale da costruire in ordine alla sua efficacia educativa. Il punto di riferimento potrà essere la costruzione dei significati, la capacità di interpretare il proprio mestiere.
      Emerge una necessità: la lettura della propria realtà educativa, dei bisogni oggettivi e di quelli soggettivi dei ragazzi a garanzia della capacità di collegare i fatti culturali con strategie che garantiscano il successo formativo.
      Ragionare sull’identità professionale e sull’etica significa, per l’insegnante, riflettere, rappresentarsi all’interno di un processo.
      E’ da segnalare, in proposito, che è mancata, oltre alla riforma degli O.O.C.C., la  discussione sugli organi di autogoverno della scuola, per regolare dall’interno la professionalità. Tale discussione può trovare la sua sede all’interno delle associazioni professionali.  (G.M.)

      Enrico Panini
      Segretario generale CGIL scuola
      Un codice serve a definire finalità, a prendere coscienza dei valori etici che connotano una professione . I valori da assumere, per quanto riguarda la scuola, sono quelli tipici del servizio pubblico. Se alla scuola gentiliana era funzionale un ‘idea del lavoro degli insegnanti come “arte spontanea”, idea ancora persistente,  oggi assume urgenza la necessità di trovare nuovi significati.
      E nuovi significati non possono che scaturire dalle scuole stesse: dal loro interno si costruisce l’autonomia.
      Sono gli insegnanti che devono individuare  significati,  limiti,  regole relative alla loro funzione: definire un codice deontologico, allora, può servire a evitare deleghe che potrebbero rivelarsi pericolose. (Giovanna Miccichè)
       

      ore 21.00/23.00

      Lavoro, professionalità, rappresentanza

      Gaetano Sateriale
      Sindaco di Ferrara
      Anche la Pubblica Amministrazione è investita da un processo di riforme con tempi e modalità di attuazione complessi.
      Il mio ruolo, come sindaco, è quello di attuare questa riforma mantenendo e sviluppando relazioni e collaborazioni con i due sistemi sociali più forti: la formazione e la produzione.
      E’ necessario costruire comunicazione tra questi due sistemi avendo come obiettivo la compenetrazione tra il sapere della scuola e il fare delle imprese.
      Uno dei contributi dell’Ente Locale all’attuazione della riforma scolastica è quello rilavorare per fare corrispondere la domanda con l’offerta di lavoro. (Velia Di Pietra)

      Rossana Rossanda
      Giornalista
      Del dibattito svoltosi nelle due giornate di convegno, Rossanda dichiara di aver tratto motivi di interesse e -anche- di inquietudine. Ciò soprattutto attorno a due temi cruciali: il ruolo dei docenti e il rapporto tra la scuola e la realtà del lavoro.
      All’insegnante è richiesto di trasmettere saperi e simboli; ma -afferma- la scuola sembra in un certo senso estranea ai grandi mutamenti in atto.
      L’obiettivo di alfabetizzare e far crescere la persona tra i tre e i diciotto anni sarebbe -a suo giudizio- insidiato dalla disabitudine a leggere e a scrivere, nonché dalla cultura dell’immagine, dominante e pervasiva.
      L’esigenza di sviluppare la cittadinanza individuale si scontra -secondo Rossanda- con l’attacco rivolto da più parti (la Chiesa, gli ambienti imprenditoriali, parte del ceto politico) alla Costituzione repubblicana e alla cultura laica.
      Ma il nodo su cui Rossanda insiste soprattutto è quello “dirompente” del lavoro. Oggi è l’impresa che assegna il lavoro -argomenta- e questo deve essere “flessibile”, “interinale”, “trasferibile” (basti pensare al “nomadismo” di strati sempre più ampi di lavoratori).
      Di fronte a tale realtà, quale formazione dà la scuola? Nella fase del post-fordismo il lavoro “di servizio” -a giudizio di Rossanda- non richiederebbe saperi e conoscenze; se lo sviluppo viene determinato dall’economia “reale” e “virtuale”, ne discende -secondo l’oratrice- la messa in discussione della scuola, resa subalterna alla produzione, alla logica d’impresa. Di qui l’interrogativo posto da Rossanda: l’istruzione è un bene comune, un diritto del cittadino o un “servizio patteggiato tra Stato e utente”?
      Il suo intervento si chiude denunciando i gravi rischi insiti in questa seconda ipotesi. (Marco Galeazzi)

      Sergio Cofferati
      Segretario generale Cgil
      Completare il processo di attuazione della riforma scolastica deve essere il nostro impegno in questa fase, essendo consapevoli che il Polo di centrodestra non vuole realizzare la riforma anzi mette in campo vari tentativi per impedirne il completamento. Ma c’è qualcosa di più in Europa e quindi in Italia. Ci sono due sistemi economici a confronto. Il primo che prevede uno sviluppo basato sulla riduzione dei costi e quindi sull’indebolimento delle protezioni e dei diritti. A Parma e nei documenti della Confindustria la richiesta di superare la contrattazione collettiva è diventata martellante. Questo modello non ha bisogno di uno sviluppo qualitativo e quantitativo della formazione. Il secondo, basato sulla qualità dei prodotti, implica la valorizzazione di tante risorse, compresa la formazione.
      Un tempo bastava completare un percorso formativo per trovare lavoro, oggi vi sono persone che lavorano ma che rimangono nella fascia di povertà e non hanno opportunità di formazione; la domanda di lavoro oggi non richiede formazione, ed è quello che accade nel nord-est del paese.
      Sono già in atto vistosi tentativi di messa in discussione dei cardini su cui si fonda la riforma della scuola da parte delle regioni governate dal centrodestra: l’attuazione del buono scuola che ha come destinatario la famiglia (non più l’individuo) mira a spostare risorse dalla scuola pubblica a quella privata e a creare nuove "convenienze" sociali per minare le basi di consenso alla riforma. (Velia Di Pietra)


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