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diretta web del 29° Convegno Nazionale CIDI
"La nuova scuola - Il senso delle riforme"
i resoconti di sabato 24 marzo 2001 - da Ferrara
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ore 9.30/13.00
INVESTIRE
NEL FUTURO
La
formazione delle nuove generazioni
Ermanno
Testa
Direttore
di “Insegnare”
Questa sessione di lavoro
affronta la questione del futuro delle nuove generazioni. L’impegno della
scuola non può che orientarsi nella direzione di un lascito di civiltà
e di democrazia. Ma non basta volere quest’impegno. Occorre conoscere e
approfondire una serie di questioni su cui si soffermeranno i nostri relatori:
la questione della conoscenza dei soggetti e dei loro modelli culturali.
Gli studenti sono portatori di esigenze: di quali esigenze la scuola deve
tener conto? C’è poi la questione dei diritti di cittadinanza: in
che modo i saperi della scuola e le tecnologie possono fornire strumenti
culturali per l’esercizio di tali diritti? Infine la questione della memoria
storica: quale cultura della scuola può preservare la memoria storica
indispensabile per la costruzione dell’identità?
(M.M.)
Il
pianeta infanzia
Franco
Frabboni
Università
di Bologna
Uno sguardo retrospettivo
sul XX secolo induce a considerarlo come il secolo della scomparsa dell’infanzia.
Si è trattato di una scomparsa fisico-esistenziale, consumatasi
nella prima metà del secolo con due guerre mondiali, e di una scomparsa
simbolico-culturale, che riguarda la seconda metà del secolo. Quest’ultima
scomparsa ha reso l’infanzia senza voce e senza identità: parlano
di lei la stampa, la TV, i pedagogisti. Nella seconda metà del XX
secolo, l’infanzia si è ritrovata ingabbiata e spersonalizzata nelle
città dei consumi, in cui ogni sua azione è preordinata;
nei media, in cui viene assunta come occasione di spettacolo; ed
in una pedagogia di carattere tolemaico, che ha preteso di saper tutto
sull’infanzia, che guarda ai fini e ai prodotti e non ai processi, ai meccanismi
e alle diversità.
E’ possibile, nel nuovo
secolo, un ritorno dell’infanzia. A partire da quali “sentinelle”? La famiglia
e la scuola dell’infanzia possono ritrovarsi alleate in quest’impresa.
Sarà necessario un mondo di pace, ma sarà indispensabile
anche la riapertura delle tre gabbie: la città, i media, la pedagogia.
E’ necessaria una pedagogia di natura copernicana, discreta, coniugata
al maschile e al femminile, che rinunci ad essere teleologica e che contribuisca
al processo di autocostruzione della personalità.
La scuola dell’infanzia
può dare un grande contributo a questa emancipazione dell’infanzia
e le riforme in corso, sia pur con qualche aspetto discutibile, possono
implementare questo processo di liberazione. L’autonomia, infatti, è
rivolta alla centralità del soggetto-persona; la formazione iniziale
dei docenti per la scuola dell’infanzia è stata mantenuta; la riforma
dei cicli prevede la scuola dell’infanzia come primo ciclo; la riflessione
sul curricolo e sulle competenze non ha perso di vista la specificità
e le terminalità della scuola dell’infanzia. Tutto ciò fa
ben sperare. (Maurizio Muraglia)
I
giovani e l’identità difficile
Silvia
Vegetti Finzi
Psicologia
dinamica, Università di Pavia
Le note del rap di
Jovanotti "Linea d’ombra", ispirato all’omonimo romanzo di Conrad, in cui
suggestivamente prende forma quel particolare senso di disagio, oppressione,
stabilità precaria, tra bonaccia e monsoni, del giovane capitano
a cui è stato affidato l’incarico di responsabilità di trasportare
la nave da un porto all’altro, hanno aperto l’intervento di Silvia Vegetti
Finzi, dedicato all’analisi del processo di identificazione dei giovani
adolescenti nella società contemporanea. Un processo che comporta
la trasformazione progressiva dal sé protetto dell’infanzia in un
sé segreto che prende forma nei diari, nelle poesie, nelle confidenze
segrete, che si sente contenuto all’interno di un gruppo di coetanei sul
quale spostare l’esigenza di contenimento e la dipendenza prima prerogativa
esclusiva nella relazione con i genitori. Il distacco dal mondo dell’infanzia
garantito e protetto a quello dell’adolescenza, in cui si perde protezione
e si acquisisce progressiva autonomia e assunzione di responsabilità,
genera un vuoto ben presto occupato da un ideale narcisistico dell’io su
cui prende pian piano forma e vigore un’identità nuova, fragile
che sviluppa, per difendersi, un atteggiamento solipsistico. In questa
fase spesso si proiettano gli aspetti non risolti della relazione edipica
sulle figure per un certo verso affini degli insegnanti. Per aiutare i
giovani nel loro processo di identificazione la scuola deve distinguersi
dalla famiglia, assumersi le sue responsabilità, non dev’essere
un’utenza al servizio della famiglia. Nel passaggio successivo, che
corrisponde al passaggio dagli ultimi anni della scuola di base alla scuola
superiore, da questo sé segreto ad un sé pubblico,
che possa rendersi visibile anche attraverso l’accettazione di modelli
culturali e sociali, l’adolescente abbandona progressivamente il sé
egoistico, confrontandosi con l’alterità, accettando la relatività,
il valore della diversità nell’uguaglianza, la reciprocità,
lo scambio, il confronto. In tale fase, la scuola riveste una notevole
importanza perché può fornire gli strumenti utili a tale
operazione di confronto con la realtà.
La scuola, a sua volta,
in questo periodo di riforme, vive un processo di passaggio e trasformazione
alla ricerca di una nuova identità e quindi in qualche modo riflette
i disagi e i problemi, gli scossoni e le discontinuità dell’età
adolescenziale. Per questo Silvia Vegetti Finzi ha concluso la sua relazione
auspicando un coinvolgimento dei giovani studenti in questo processo di
trasformazione, affinché possano sentirsi partecipi e chiamati anch’essi
all’assunzione di una parte di quell’incarico di responsabilità
più ampio e collettivo di traghettare la nave dell’innovazione nel
nuovo porto. (Dorotea Medici)
Nuovi
diritti, sapere, tecnologie
Mauro
Palma
Direttore
di ITER
L’istruzione è un
diritto costituzionalmente tutelato: la trasformazione della scuola non
rappresenta quindi un problema di ammodernamento, ma la realizzazione di
un diritto. Esso è affermato anche nella Carta Europea dei Diritti
(art.14), in cui il riferimento è all’individuo e non soltanto al
cittadino dell’Unione, ed è presente anche nella Convenzione Europea
per i diritti umani, cui aderiscono gli Stati membri del Consiglio d’Europa.
Il diritto all’istruzione appare dunque un valore consolidato, ma restano
aperti tre problemi: come renderlo effettivo; verso chi; con quali contenuti.
Le Costituzioni del nostro
secolo hanno configurato il diritto all’istruzione come un diritto sociale,
intendendo la scuola non più come luogo di selezione della classe
dirigente, ma di inclusione sociale. Da questa affermazione derivano due
conseguenze: diritto all’istruzione non può significare diritto
individuale ad acquistarne sul mercato delle quote, poichè un diritto
sociale, per essere effettivo, deve essere sottratto alle dinamiche del
mercato; la scuola, in quanto luogo di costruzione di legame sociale, non
può essere monoculturale.
Per valutare l’efficacia
di un sistema scolastico non basta il dato della dispersione, ma bisogna
considerare anche le competenze acquisite dai “non dispersi” sul piano
della comprensione della realtà. Il diritto all’istruzione, infatti,
non è solo diritto di accesso o proposta di opportunità,
ma implica la costruzione di un sapere. Oggi la disuguaglianza non nasce
dalla mancanza di informazione, ma dall’incapacità di strutturarle
e gerarchizzarle all’interno di un’offerta sovrabbondante. Così
il problema dell’informazione si salda con quello delle tecnologie. La
scuola deve fornire capacità di analisi di fenomeni che appaiono
disomogenei e capacità di passare dall’informazione alla conoscenza.
In questo senso, la riforma in atto in Italia segna una discontinuità
con alcuni aspetti datati, legati esclusivamente al problema dell’accesso:
accesso sì, ma anche costruzione di reti stabili di conoscenza.
Ciò comporta da un lato l’allargamento della base culturale in direzione
della modernità, dall’altra l’integrazione di forme diverse, policentriche
di educazione, con l'obiettivo di moltiplicare i percorsi e le possibilità
di accesso.
Per chi deve essere attuato
questo diritto? Il soggetto del diritto non deve essere il cittadino, ma
chi abita in un luogo. Quest’estensione ha bisogno di riconoscere gli altri
come portatori di cultura, come soggetti dialoganti. La dimensione multiculturale
non è aggiuntiva, ma rappresenta la cornice in cui bisogna collocare
questo diritto, l’antidoto ad un concetto di globalizzazione intesa come
pensiero unico mondiale, cui contrapporre una globalizzazione dei confronti
e delle differenze.
Diritto a che cosa? Bisogna
essere capaci di conoscere il significato della situazione storica in cui
si è collocati. Il centro è la capacità di far cogliere
lo scontro e la tensione tra la cultura tradizionale europea, basata sulla
parola, e quella scientifico-tecnologica, tipica della modernità.
Bisogna intenderle non come due aspetti separati, ma dialetticamente connessi.
Solo così sarà possibile abitare con senso critico i luoghi
della modernità e costruire tecnologie non per il controllo, ma
per la costruzione di una nuova democrazia. (Antonio
Maiorano)
Cultura,
memoria e costruzione di senso
Alberto
Asor Rosa
Letteratura
italiana, Università La Sapienza, Roma
Quale legame tra memoria
e senso delle riforme? La memoria è una delle forme possibili della
conoscenza umana con peculiarità proprie: possiamo parlare di memoria
come “conoscenza acquisita” e “conoscenza differita”. Da questi due aspetti
discendono due conseguenze: la memoria meno governabile dell’intelligenza
pura, è meno definibile, è più libera dai condizionamenti
del comando; la memoria governa me. Nella memoria c’è conoscenza
razionale, immaginazione, fantasia; non seleziona mai gerarchicamente,
è sempre conoscenza sintetica e non analitica. Se è così,
la memoria è una facoltà della mente custode illimitata della
stratificazione dell’esperienza. C’è una memoria individuale, familiare,
collettiva: mettere in relazione questi diversi livelli modifica il concetto
stesso di cultura. Il tema dell’identità è strettamente legato
a quello della memoria. Oggi si è tentati di sbarazzarci del concetto
di identità ma c’è il rischio che perdendo la propria identità
si assuma quella di un altro. Il “maestro”, nella sua accezione più
alta, può essere un mediatore straordinario tra questi livelli,
in assenza della famiglia. Può non solo ricucire conoscenze razionali
ed esperienze vissute ma deve progettare il futuro, svolgendo quella funzione
civile oggi sempre più affidata alla scuola. (Gigliola
Badano - Anna Brienza)
Caterina
Gammaldi
Presidente
Cidi di Cosenza (conclusioni del Convegno)
Riprendo, per cominciare,
alcune questioni sollevate nella bella, intensa, sofferta relazione introduttiva
di Alba Sasso anzitutto l’obiettivo di questo convegno:
-
cercare il filo, le motivazioni
forti di questa stagione di riforme;
-
capire i collegamenti, riconnettere
i percorsi;
-
ripercorrere il cammino faticoso
(con il suo carico di ambiguità, di ostacoli, di resistenze);
-
capire quali strade, risorse,
soggetti, strategie possano favorire il buon esito delle riforme;
-
confrontarsi con le domande
che questa società pone al sistema di istruzione e formazione.
Un obiettivo “ambizioso” in
presenza di eccessive semplificazioni e di proposte troppo spesso orientate
ad insani principi neoliberisti, che hanno una ben strana idea di
democrazia (nella logica del committente, dei tanti e diversi committenti,
nella logica e nelle convenienze delle tante e spesso contraddittorie domande
individuali).
Esaltare la libertà
degli individui a scapito della dimensione collettiva induce pericolose
derive, nuovi e profondi sgretolamenti del tessuto sociale. E’ illusorio
cedere ai modelli ed ai consumi imposti dal mercato. E’ urgente, necessario,
utile ridare spazio alla collettività, ridefinendo la libertà
individuale a partire dall’impegno collettivo. Rimedio alla solitudine
del cittadino globale? (Bauman)
Forse…, ma, qui e ora, voglio
ribadire la sterilità, l’inconsistenza del dibattito su ciò
che una scuola /la scuola dovrebbe o non dovrebbe garantire. Un chiacchiericcio
intollerabile per chi intende sfidare il senso comune sulla scuola sul
terreno culturale, della negoziazione, del progetto condiviso.
Dobbiamo tutti avere consapevolezza
che si arretra in materia di diritti di cittadinanza se si sottovaluta,
il peso, la fatica dell’insegnare e dell’apprendere nei diversi contesti
educativi.
E dunque riprendo alcune
questioni sollevate e lucidamente analizzate da Alba e che appartengono
alla storia della nostra iniziativa (ostinatamente, tenacemente democratica),
ancorata al secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione e cioè:
-
la scuola risorsa per la democrazia;
-
la riforma di ordinamento come
sistema e come processo;
-
i dilemmi e le prospettive dell’autonomia;
-
i nuovi profili dell’insegnare;
-
un’idea di futuro.
Realizzare una vita intensamente
collettiva (un messaggio implicitamente ed esplicitamente presente in numerosi
interventi) esige oggi di non arretrare di fronte alla velocità
del cambiamento.
Avere chiavi di lettura
e consapevolezza dei nodi problematici, raccogliere e ricollocarci ha tenacemente
detto (e molte volte) Alba Sasso, nella migliore tradizione della nostra
scuola, un percorso non facile e lineare, è quello che molti di
noi già fanno, più di quanto si pensi e si dica, per garantire
“non uno di meno” sul piano degli apprendimenti stabili, duraturi.
Io (noi) che abbiamo lavorato
nella scuola di tutti (la scuola media unificata), avendo letto con attenzione
le indicazioni per la costruzione dei curricoli, ritroviamo la cultura
e l’identità della nuova scuola nella testualità, nella dimensione
storica che appartiene a ciascun sapere disciplinare, nella ricerca, nell’operatività,
nel ragionamento, nel dubbio, nelle scelte consapevoli. Sono idee e utopie
dal cuore antico, a cui ci sembra di non dover ancora rinunciare, sia pure
con un’attenzione nuova (rinnovata):
-
all’apprendimento cooperativo,
al clima, alle relazioni, all’approccio costruttivo, al ruolo di un alunno
soggetto attivo;
-
alla funzione della scuola,
al ruolo degli insegnanti impegnati a garantire condizioni ottimali di
apprendimento;
-
al sapere dell’insegnante (i
sistemi simbolico – culturali) ed al sapere procedurale nella direzione
di una alfabetizzazione funzionale e culturale;
-
ai percorsi “di studio e di
formazione” ai 3 ai 18 anni verso la formazione tecnico superiore e l’educazione
degli adulti.
Il passaggio delicato dal diritto
allo studio al diritto all’apprendimento al successo formativo non è
un esercizio nominalistico.
E’ (può essere) l’estensione
vera dei saperi di cittadinanza e responsabilità più volte
richiamati. E’ (può essere) la via per la piena scolarizzazione.
Certo abbiamo il problema
del ciclo secondario che partirà un anno dopo, ma dobbiamo avere
la consapevolezza che esso non è, come si potrebbe pensare, in continuità
con il passato.
L’obiettivo di una scuola
democratica, strumento di emancipazione culturale e sociale vale anche
per la scuola secondaria (oggi superiore).
L’elevamento dell’obbligo
scolastico al 15esimo anno d’età, l’obbligo formativo, la discussione
dell’ultimo anno e quella in corso nella Commissione dovranno consentirci
di trasferire il dibattito sui curricoli anche nella scuola superiore.
Le indicazioni per la costruzione
dei curricoli, particolarmente la prima parte (il senso della riforma)
in cui si ragiona della scuola secondo Costituzione, del curricolo, della
formazione alla cittadinanza, delle differenze, della valutazione non è
terreno di lavoro della sola scuola di base.
La ricerca di una nuova
scuola di base “caratterizzata da un percorso educativo unitario e articolato
in rapporto alle esigenze di sviluppo degli alunni” si raccorda necessariamente,
dal primo settembre 2001, alla scuola dell’infanzia ed alla scuola superiore.
Una ricerca culturale significativa
se il processo di sviluppo della formazione è unitario e se dovrà
essere accompagnato dalla ricerca di “una continuità dinamica dei
contenuti e delle metodologie” invocata già nei Programmi della
scuola media del ’79.
Ancora una volta la scuola
di base è snodo all’interno del sistema e la scuola secondaria
non può pensare di occuparsene quando poi sarà.
Nè pensiamo che ciò
debba accadere per la stessa scuola di base, confinando il problema alle
sole prime e seconde classi, con la scusa che poi si vedrà (tanto
è prevista una verifica parlamentare triennale).
Superare le rigidità
culturali, strutturali, professionali, attraverso il confronto e lo scambio,
a scavalco si direbbe parlando del curricolo di storia, è
utile, conveniente, necessario per costruire nuovi comportamenti professionali
più coerenti con le riforme di cui stiamo parlando.
In questo ambito voglio
ancora ritornare sul concetto di curricolo, la cui elaborazione spetta
ai docenti, un’occasione culturale e professionale di grande rilievo che
ci impegna sul terreno progettuale, nella ricerca didattica, nella flessibilità…
Una scelta che non può
che partire dalle nostre storie personali (occasioni, esperienze, formazione),
dalla delicatezza delle questioni in gioco (politiche, culturali e professionali),
necessitate ad essere riconosciute come tali.
Dobbiamo esigere riconoscimenti
(anche economici) e non solo in presenza di un maggior tempo di lavoro.
E’ mutata l’organizzazione del lavoro, i contesti educativi appaiono più
complessi, è in gioco il tema dell’identità professionale
(ruolo, contesto di riferimento, struttura della professione).
C’è bisogno:
-
di una definizione più
chiara dei compiti connessi con l’esercizio della funzione docente nella
scuola con l’autonomia, nella scuola del riordino dei cicli.
Un profilo professionale complesso
ed elevato, certo, ma a cui non può che corrispondere la cura del
percorso professionale in entrata e progressivamente durante tutta la vita
lavorativa.
Ancora una questione già
posta da Alba Sasso e ripresa in altri interventi: la preoccupazione, i
rischi possibili in tema di federalismo qualora si apra “la strada ad una
differenziazione di scelte anche su questioni decisive per il carattere
nazionale e unitario del sistema”.
Un tema che non possiamo
abbandonare, su cui dobbiamo continuare a lavorare nazionalmente e localmente,
sapendo quanto sia importante, nel nuovo rapporto centro – periferia che
si va determinando, garantire a tutti i livelli il governo del sistema.
Bauman riprendendo l’ultimo
intervento di Castoriadis ci ricorda che il passo decisivo verso l’autonomia
è stato fatto quando gli antichi greci hanno cominciato a
far precedere le loro leggi dal preambolo “Sembra giusto al consiglio e
al popolo”.
“Il regno dell’autonomia,
scrive ancora Bauman, comincia là dove finisce il regno della certezza.
Gli esseri umani possono essere o autonomi o sicuri di sé: raramente
le due cose insieme.”
Una scuola democratica,
secondo Costituzione, quella per cui lavoriamo da tanto è luogo
di inclusione, in cui si esercita il dubbio.
Non abbiamo certezze, per
questo preferiamo essere autonomi e in senso etimologico ricercare le regole.
Di una cosa siamo consapevoli
(lo dicevamo già nel Convegno di Napoli, “La cultura della scuola
e la contemporaneità), non condividiamo l’idea di scuola, l’idea
di Stato della destra, l’idea di “un’organizzazione sociale, dove tutto
è privatizzabile, dove il concetto di diritto è cancellato
con tutta evidenza”….
Se ”la scuola è un
organo costituzionale”, una istituzione della Repubblica, se “l’istruzione
è un bene costituzionale” sappiamo tutti qual è la posta
in gioco e se la sfida è ancora aperta non possiamo rinunciarvi.
In presenza di bambine e
bambini, ragazze e ragazzi che si/ci domandano in modo nuovo (diverso?)
qual è la loro collocazione nella società contemporanea,
alla ricerca di una identità smarrita, forse è conveniente
che gli adulti ( a partire da noi insegnanti) li aiutino a riconoscere
le cose più importanti, nell’impegno per migliorare un mondo che
hanno trovato, con tutto il suo corredo di vocabolari, descrizioni, trattamenti.
La formazione alla cittadinanza
passa attraverso la conoscenza storica, dalla sofferenza dell’imparare
di quell’adolescente di cui parlava Domenico Chiesa, dei tanti adolescenti
in cui dovremo rinforzare scelte e decisioni per contrastare un’idea di
futuro che appare sempre più una nebulosa, in cui non c’è
spazio per i sogni.
Consapevoli come siamo che
sulla scuola si gioca un’idea di società e di futuro sapremo (a
partire da oggi), (a scuola da lunedì) giocare tutte le risorse
di una scuola democratica (l’ardire del nuovo, la tenacia del cammino,
l’immediatezza del fare, l’ostinazione del costruire, la tensione del ricercare…),
ma anche la pratica della libertà, il gusto della sfida.
La posta in gioco è
ribadire ancora una volta il principio di una scuola democratica, di un
sistema nazionale di istruzione e formazione (art. 1 legge 30/2000).
Difendere, sostenere, trasformare,
qualificare, accompagnare queste riforme che disegnano una scuola pubblica
(della Repubblica), secondo Costituzione è la posta in gioco. Rinunciarvi
sarebbe un grave errore e noi non vogliamo farlo.
Prof.
Tullio De Mauro
Ministro
della Pubblica Istruzione
Con questo mio intervento
vorrei riflettere tra “noi”, noi del Cidi.
Il Cidi ha insegnato in
questi anni agli accademici, ai politici a tenere i piedi a terra, a non
perseguire il nuovo per il nuovo. E questo è stato importante per
l’elaborazione della “scuola dell’inclusione”; si tratta di un’idea maturata
intorno agli anni ’70: la scuola per tutti. Attorno a questo si è
organizzata la ricerca, la riflessione, la didattica. Ed è un’elaborazione
che hanno condotto i CIDI di tutt’Italia e si è tradotta in battaglie,
talvolta in leggi.
Abbiamo combattuto contro
due ordini di difficoltà: ci veniva impedita l’elaborazione di una
scuola unitaria che andasse dagli zero anni in là e sancito un segmento
di riforma, si affidava ad altre forze la gestione, noi eravamo fuori.
I governi dell’Ulivo, il
ministro Berlinguer si sono impegnati come nessun altro da Gentile in poi,
per il ciclo di riforme della scuola.
Le riforme, in gran parte,
le abbiamo alle spalle: restano fuori pezzettini, resta fuori in gran parte
la secondaria, tuttavia notevole è il patrimonio accumulato.
Molto si è fatto,
e non senza momenti di dissenso interno. Abbiamo intercettato e portato
nella legge il riordino amministrativo dello Stato. Senza questo passaggio
la riforma non ci sarebbe stata. L’impianto scolastico era uguale all’impianto
del ministero e il ministero della Pubblica Istruzione era atipico perché
organizzato non per l’istruzione pubblica, ma per la gestione del personale
addetto: era un enorme ufficio del personale. Lontano dal “capire” l’istruzione,
lontano da ogni possibile rivoluzione copernicana che ponesse i bambini
e gli studenti al “centro”.
Persino le statistiche elaborate
dall’ISTAT sembravano poter offrire un servizio a editori, venditori di
banchi o di lavagne. I dati non riuscivano a fotografare fenomeni di enorme
importanza, ad esempio quello della dispersione. Oggi cominciamo a disporre
di dati che ci offrono almeno un primo quadro di quanto e cosa i nostri
bambini, i nostri studenti imparano. Oggi il ministero della Pubblica Istruzione
è come gli altri ministeri al centro c’è il processo dell’istruzione
ed i suoi risultati.
La forte spinta verso il
decentramento ha come propulsore l’autonomia delle scuole. La regionalizzazione
della gestione è stata affidata ai direttori regionali dell’istruzione.
Lo Stato, “introvabile e difficilmente praticabile” viene snellito, in
un processo faticoso, il cui estremo è l’autonomia degli istituti.
L’identità “nazionale”
dell’istruzione è garantita dalla formazione dei docenti, dagli
standard nazionali, dalle leggi di riferimento.
Per il resto dobbiamo imparare
a muoverci molto liberamente.
Abbiamo cercato di far penetrare
dentro le leggi l’esigenza che muove ampi settori del corpo sociale: innalzare
i livelli di formazione e di istruzione.
Di fronte agli enormi cambiamenti
che riguardano non l’Italia, ma l’intero mondo industrializzato e vanno
a "scompaginare" l’idea stessa di competenza, un mondo in cui saper trattare
l’informazione diventa indispensabile anche per progettare un domani contingente,il
governo dell’Ulivo è riuscito a focalizzare l’azione sulla formazione.
Si è trattato di
un importante patto tra le parti e, intorno alla scuola, è stato
compiuto un lavoro enorme. La scommessa è quella di creare competenze
durevoli. Per raggiungere l’obiettivo è stato istituito l’obbligo
formativo a diciotto anni, rivisitato l’apprendistato, creata la IFTS,
istituito un sistema di longlife learning.
All’interno del CIDI non
abbiamo mai dimenticato che le competenze che ci possono permettere di
imparare per tutta la vita, non sono al servizio del mercato, ma al servizio
dell’individuo-cittadino.
E’ evidente, quindi, che
non vogliamo abbassare i livelli. Li vogliamo innalzare utilizzando i dati
dell’Istituto Nazionale di Valutazione per ragionare sullo stato di salute
della nostra istruzione.
Veniamo ai saperi. I saperi
non sono il quieto mondo di cento anni fa. La nostra generazione ha studiato
in un mondo con una sola galassia, ora ne ha centoottantamila. Il mondo
è cambiato perché è cambiato ciò che ne sappiamo.
Ad esempio pochi di noi
saprebbero descrivere il funzionamento di molti degli oggetti che ci circondano.
Per questo si rende necessario studiare le tecnologie, non solo ai futuri
tecnici, a tutti.
La riflessione sui saperi
è stata affidata ai documenti ma ai docenti è affidato il
compito di costruire i curricoli. Le scuole, rispetto ai saperi, sono state
immaginate come motori attivi e al centro di ogni apprendimento è
stato posto il bambino nella sua totale unicità.
Di fronte a minacce legicide
ricordiamo che la riforma sarà valutata ogni tre anni dal Parlamento
e che dal molto che è stato fatto sarà difficile tornare
indietro, dalle conquiste di questa legislatura nessuno potrà prescindere.
(Loriana Pupolin)
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